Buon pomeriggio e benvenuti in Veneto.
Un saluto ai delegati e alle delegate, alle istituzioni, agli ospiti nazionali e internazionali. Grazie alla segreteria confederale della Uil e al tesoriere. Grazie in particolare al segretario generale PierPaolo Bombardieri di avere scelto questa regione per il congresso nazionale del nostro sindacato. Grazie al sindaco Sergio Giordani, agli assessori e a tutto il Comune, per avere accolto con tanta partecipazione a Padova le migliaia di persone che sono qui presenti in questi giorni.
Il Veneto è una terra di contraddizioni, fatta di grandi lavoratori e di intuizioni geniali, che ogni tanto però si chiude nell’auto-referenzialità e nella diffidenza verso tutto ciò che è esterno, tutto ciò che è “foresto”. È una terra che nonostante tutto ci riempie di orgoglio: oggi vorrei provare a raccontarla, perché crediamo che partendo da qui possano venire degli spunti utili per il presente e per il futuro non solo di questa regione, ma di tutto il Paese.
È nella metà degli anni Novanta, grazie soprattutto alla penna del giornalista Giorgio Lago, che si comincia a parlare di “Miracolo del Nordest”.
Cioè di quella straordinaria trasformazione economica vissuta soprattutto da Veneto, Friuli-Venezia Giulia e, in parte, Trentino-Alto Adige tra gli anni Settanta e Novanta, quando un’area considerata fino al dopoguerra relativamente periferica e in parte agricola divenne una delle zone più dinamiche e ricche d’Europa.
La particolarità del fenomeno è che non fu trainato da grandi gruppi industriali, ma da una fittissima rete di piccole e piccolissime imprese, di aziende a conduzione familiare, da un artigianato evoluto, da distretti industriali specializzati con una forte propensione all’export. Ci sono settori-simbolo di quella stagione: l’occhialeria, il mobile, la meccanica, la concia, il tessile-abbigliamento, l’elettrodomestico e numerose produzioni del Made in Italy. Questo tessuto ha consentito una crescita rapidissima dell’occupazione e del reddito.
Scattiamo una fotografia della situazione odierna: le aziende censite dal sistema camerale sono 414.000. Di queste, oltre 400 mila, pari a circa il 97%, hanno meno di 15 dipendenti, il 53,1% sono addirittura ditte individuali.
Nel 2024, ultimo dato certificato, il PIL regionale è stato pari a circa 201 miliardi di euro, corrispondenti al 9,2% del PIL italiano. Il Veneto produce una quota di ricchezza leggermente superiore al proprio peso demografico – che è dell’8,2% – confermandosi ancora una delle regioni economicamente più forti del Paese.
C’è anche il rovescio della medaglia: alta percentuale di Pil, alta percentuale di morti sul lavoro: l’anno scorso in Veneto sono stati il 9,5% di tutti quelli accaduti in Italia.
Oggi l’espressione “Miracolo del Nordest” viene usata con una sfumatura storica e persino nostalgica, perché quel modello è stato messo alla prova dalla globalizzazione, dalla concorrenza internazionale, dalla digitalizzazione e dall’invecchiamento della popolazione.
Ed eccoci all’altra fotografia che ci serve per raccontare il Veneto, quella demografica.
In questa regione vivono oggi 4.850.000 persone. Gli under 18 sono 714mila, neanche il 15%. Gli over 65 sono 1 milione e 200mila, già il 25% del totale.
Se adesso mettiamo assieme queste due fotografie, vediamo una regione che rappresenta ancora un punto di riferimento importante per l’economia di questo Paese, ma con un destino segnato, se non interverranno modifiche strutturali.
Il piccolo e bello non funziona più. Non è più rinviabile la necessità di una aggregazione delle PMI. La competizione internazionale, i costi dell’energia, le guerre, i dazi, l’avvento dell’intelligenza artificiale, la difficoltà di compiere un ordinato ricambio generazionale sono tutte condizioni che spingono verso raggruppamenti di aziende, di cervelli, di risorse. Dobbiamo farlo da soli, perché l’Europa continua a non cogliere la gravità della situazione e si incaponisce in scelte – come quelle sull’automotive – che hanno distrutto eccellenze, invece che favorirle.
E poi c’è la curva demografica. Un quarto degli abitanti è già in pensione, i giovani sono pochi e saranno sempre meno. Oltre all’impatto sul mondo del lavoro, questa trasformazione implica un ridisegno del welfare.
In Veneto abbiamo 49 ospedali pubblici e 28 centri privati accreditati. Secondo i più recenti report, il Veneto si conferma stabilmente tra le regioni con le migliori performance del sistema sanitario italiano.
Tuttavia, anche qui si sentono gli effetti della crescente carenza di personale sanitario, della pressione sui Pronto Soccorso, della difficoltà ad intervenire sulle liste d’attesa e infine nell’attuare compiutamente il piano di sanità territoriale previsto dal DM 77/2022.
C’è da dire che il nuovo presidente della Regione Alberto Stefani ha dimostrato sin dall’insediamento una spiccata sensibilità sul tema e si è subito impegnato con molte misure legate al sociale. Non è una scelta banale: accompagnare la trasformazione della società è il primo e indispensabile passo per creare le condizioni necessarie per lo sviluppo. Lo è, una scelta da sottolineare, anche quella di non applicare tasse addizionali, perché finché non torna a crescere la produttività, bisogna aiutare le persone a vivere con il proprio salario.
Sanità e sociale sono i prerequisiti. Poi ci vogliono politiche industriali di medio e lungo termine. Bisogna difendere e rilanciare ciò che rende unico il nostro sistema produttivo: la capacità di coniugare sapere artigianale e innovazione, creatività e competenze, territorio e impresa. Gli ingredienti? Salari adeguati, sicurezza nei luoghi di lavoro, formazione continua e possibilità di crescita professionale, contrasto alla precarietà. Per dare un futuro a questa regione, dobbiamo dare certezze soprattutto ai giovani, che troppo spesso vivono il lavoro come una condizione temporanea e incerta.
Citiamo – per i tanti che non hanno partecipato al congresso regionale della Uil Veneto – i quattro verbi e il logo che lo hanno accompagnato: immaginare, lavorare, ascoltare, curare.
Descrivono un percorso preciso, che è simbolicamente rappresentato da un mosaico: è un lavoro collettivo, in cui ogni tessera è al suo posto per un disegno più complessivo. Metaforicamente vuol dire che ognuno deve fare la sua parte, avere cura e amore per quello che fa, partecipare, condividere.
Bisogna dare fiducia e fare sistema con chi ha voglia di innovare. Continuare a dire che tutto va male, scoraggia chi ha voglia di impegnarsi.
È il nuovo modello veneto al quale abbiamo cominciato a lavorare e che consegniamo alla Uil nazionale, ai territori e alle istituzioni, perché crediamo possa rappresentare un contributo importante, un obiettivo che ci unisce e che renderà ancora più grande l’Italia e la Uil.
Buon congresso a tutti voi.

