“Sono trascorsi 63 anni da quel terribile 9 ottobre in cui i superstiti ricordano ancora oggi quel momento come il giorno dell’Apocalisse. Con la frana del Vajont persero la vita quasi duemila persone, furono spazzati via interi paesi. E le persone che morirono e le loro famiglie non vanno dimenticate. Come non va scordato che a causare quella catastrofe non fu una natura, diciamo “cattiva” ma l’uomo che, di fronte ad evidenze scientifiche, aveva deciso comunque di soprassedere. Prima di quella maledetta notte del 1963, c’era stata già una frana, il 4 novembre 1960, e diverse scosse di terremoto. E comunque non si era fatto nulla. Il disastro del Vajont non ha cancellato la diga che sembra ergersi lì come monito per non dimenticare e per far sì che l’esperienza drammatica vissuta possa essere di insegnamento per le generazioni future. Sarebbe opportuno, prima di pensare ad una qualsiasi progettualità che mette mano all’ambiente circostante, ascoltare gli scienziati, coinvolgere la popolazione, garantire certezze e smetterla di calare le opere dall’alto. Ma soprattutto, prima di costruire, prima di intervenire in maniera impattante sul territorio, già per sua natura fragile, è assolutamente importante verificare altre soluzioni. Dobbiamo farlo guardando la diga del Vajont che, una volta eretta, ci ha riempito di orgoglio di fronte al resto del mondo per la sua eccezionale altezza, oltre 260 metri. Ma che oggi ci ricorda il dolore per la morte di tanti innocenti, tra cui 487 bambini”.
Roberto Toigo, segretario generale Uil Veneto

